29 dicembre 2011

Vivere pericolosamente.

Nella sociobiologia sono stati studiati i comportamenti degli animali, in particolare le società degli insetti, dei volatili e delle oche; dei mammiferi, in particolare dei lupi, e specialmente dei mammiferi del gradino più evoluto: gibboni, orango, gorilla e scimpanzè.
Questi animali, mi affatica chiamarli animali per quanto assomigliano agli esseri umani per struttura del sangue e cromosomi, hanno comportamenti molto simili ai nostri. I gibboni sono molto fedeli alla vita di coppia e sono quelli che tradiscono più di rado il proprio partner, gli scimpanzè ospitano diversi gruppi gay, tutti si muovono alla ricerca di due cose esattamente come facevano gli ominidi di qualche milione di anni fa: cercano cibo e “femmine”.
Quando trovano queste due “risorse” si “fermano” in un territorio. Quando le risorse iniziano a scarseggiare ripartono alla ricerca di un nuovo spazio. Se muovendosi incontrano altri gruppi concorrenti alla ricerca delle risorse si fanno la guerra. Il gruppo di scimmie più agguerrito distrugge o scaccia il gruppo più debole e occupa la nuova terra. Questa non è un’opinione: è legge biologica osservabile in natura infinite volte.
La possibilità dell’equilibrio pacifico e della stabilità è data dall’abbondanza delle risorse all’interno di un dato territorio. Gli ominidi di milioni di anni fa funzionavano allo stesso modo. Anche le società di cacciatori e raccoglitori di 100.000 o 10.000 anni fa erano uguali e perfino quelle di oggi, dove l’habitat è rimasto immutato, funzionano così. Abbiamo imparato da decenni di studi antropologici come funzionano le “società dell’abbondanza”, le società di cacciatori e raccoglitori come, per fare un esempio celebre, le comunità dei Boscimani Kung del Kalahari. Società ricche di risorse naturali. Immaginiamo la “spesa” quotidiana di una “coppia” di Boscimani. Lei ha già preparato la colazione cucinando dei tuberi con farine di cereali selvatici e lasciando in infusione semi ed erbe. Lui va a caccia e a raccogliere. In poche ore trova una faraona, dozzine di uova di diversi uccelli, tuberi, patate, cereali spontanei, erbe benefiche, semi e frutti di diverso genere. Ogni giorno la scena si ripete: la raccolta e la caccia variano, ma si concludono sempre con esiti abbondanti e ricchi. Il mondo antico, scarsamente popolato, era un mondo che disponeva di risorse in abbondanza pur non possedendo tecnologia.
Negli ultimi cinquemila anni, ma in particolare negli ultimi due o tre secoli la situazione è radicalmente mutata.

Gli agricoltori hanno costantemente bruciato le foreste per impossessarsi di nuove terre da coltivare. I pastori hanno fatto la stessa cosa per avere pascoli. L’industria, anche a causa dell’espansione coloniale, ha distrutto e distrugge foreste per cercare petrolio, gas, diamanti, stagno, ferro, oro, nichel e carbone. Così i popoli cacciatori e raccoglitori si sono estinti a centinaia negli ultimi duecento anni, o sopravvivono a stento in habitat sempre più ristretti e impoveriti. In molti casi sono stati assimilati dalla “civiltà” che li ha utilizzati prima come schiavi e poi prevalentemente come guardiani, guide per battute di caccia, operai, carpentieri acrobati.
Gli esseri umani sono animali, che siano figli di Dio o no, e sono soggetti alle medesime leggi biologiche.
Cercano risorse.
Quando le trovano diventano stanziali.
Quando le risorse terminano ripartono. Quando incontrano nella loro ricerca altri gruppi concorrenti sviluppano conflitti e guerre. La storia ci ha mostrato come l’educazione, la cultura e la religione abbiano cercato di dare un contrasto o una disciplina, o al limite una spiegazione, a una teoria dei bisogni che appare fin troppo banale e desolante, ma a volte le stesse culture e religioni si sono trasformate in ideologie di conquista e di giustificazione del dominio a danno dei più deboli.
Crociate e guerre sante, ondate migratorie, ricerca di nuove risorse e guerre sono parte integrante della storia dell’umanità e della incessante competizione per il potere.
Oggi, come scrivevo in un post di qualche mese fa, siamo sette miliardi in un mondo che ha, rispetto al passato, meno risorse e più tecnologia. Le risorse sono bruciate per sempre, la tecnologia è in gran parte al servizio di chi la usa per fare profitto. Si potrebbe dire che il mondo di oggi, con 7 miliardi di individui, è assai più povero di quello di tanto tempo fa in cui abitavano pochi milioni di esseri umani.
In un contesto come quello attuale è inspiegabile come le religioni di tutto il mondo, compresa quella cattolica, continuino a “santificare” il “fare figli” quando si dovrebbe educare ad una genitorialità assai più responsabile soprattutto i popoli che non dispongono di mezzi per nutrire, vestire, educare i propri figli. Le autorità cristiane e islamiche spieghino che senso ha vietare i metodi contraccettivi come il condom se poi, come informano le statistiche, miliardi di bambini sono straziati dalla fame e muoiono nei primi mesi o anni di vita, non hanno medicine o acqua potabile, non vanno a scuola, non dispongono di mezzi educativi per formare liberamente la propria personalità.
Altrettanto inspiegabile, in un mondo pieno di bambini abbandonati e di creature senza famiglia, che nelle società più ricche si facciano costose cure ormonali e complicate fecondazioni “assistite”, con l’incomprensibile appoggio delle Sinistre, con banche del liquido seminale dove perfino single possono comprare l’inseminazione che possa dare il figlio secondo il proprio desiderio o capriccio: con capelli e occhi del colore dettato dal proprio personale razzismo.
Torniamo al rapporto tra esseri umani e risorse.
Un mondo più fittamente popolato e con risorse sempre più depauperate conduce alla guerra.
Non basta l’ONU, anzi si è visto come nel caso della guerra in Irak o in Libia l’ONU possa essere facilmente manipolato; non basta la Chiesa con il Papa che il giorno di Natale ha coraggiosamente invocato lo Spirito Santo per fermare violenze che non si sono fermate né quel giorno, né oggi.

In realtà servirebbe ridurre l’incremento demografico e per farlo senza violenza, come libera scelta, ci vorrebbe un programma mondiale di sostegno alla salute con una completa informazione demografica e la diffusione dei più semplici e sani metodi contraccettivi.
Ma questo non viene fatto perchè la sanità mondiale è controllata dalle aziende farmaceutiche che pensano solo al profitto.
Un esempio? La lebbra. Nel mondo non si fa quasi più ricerca sulla lebbra: non perché sia stata debellata, al contrario il mondo è pieno di lebbrosi e si verificano circa 700.000 nuovi casi all’anno nel mondo, secondo i dati OMS. Il fatto è che la lebbra colpisce la gente poverissima che vive costantemente nella sporcizia e non dispone di acqua per lavarsi: è una malattia dei poveri.
Si sa che basta farsi la doccia o lavarsi le mani per non infettarsi di lebbra anche dopo aver avuto un contatto con un lebbroso, lo sanno bene le suore che assistono i malati nei lebbrosari. Per questa ragione la lebbra non esiste quasi più in Europa dove, da tempo, c’è l’acqua corrente e il bagno nelle case. L’industria farmaceutica non è interessata alla lebbra perché anche se producesse un farmaco nei paesi poveri nessuno avrebbe i soldi per comprarlo. Così milioni di lebbrosi muoiono dimenticati da tutti. Alle multinazionali del farmaco conviene molto di più produrre il Viagra, roba da ricchi, o cercare un rimedio contro l’HIV, virus che colpisce anche le classi sociali più elevate.
Il secondo fattore che servirebbe è un nuovo modello di sviluppo eco-compatibile in grado di non bruciare le risorse del pianeta, ma di moltiplicarle per poterle redistribuire a chi non ne ha. In particolare il mondo si dovrebbe dotare di leggi in grado di tutelare il mondo marino limitando il trasporto del petrolio, proibendo la pesca e favorendo gli allevamenti ittici in acque pulite. Di leggi che siano in grado di proteggere la biodiversità e di combattere l’inquinamento prodotto da insediamenti industriali nocivi o da coltivazioni agricole a base di diserbanti. Leggi ed educazione culturale che ci guidino ad essere più responsabili nell’uso del territorio e delle sue risorse a cominciare dall’acqua.
Lo sviluppo ha bisogno anche di incentivi e nuove norme per chi produce in modo virtuoso. I divieti da soli non bastano, inoltre servono verifiche e controlli.
L’esempio dei terreni che in Africa vengono destinati alla produzione di bio-combustibile invece che a cereali per la fame dei popoli africani ci spiega che l’ecologia è un tasto che anche le grandi proprietà multinazionali stanno giocando per mascherare la consueta politica di spoliazione delle risorse dei più poveri.
E’ un circolo: scarse risorse- carestie- ondate migratorie mondiali- aumento della criminalità e dell’insicurezza sociale con conflitti politici sempre più elevati- instabilità, rivolte su larga scala e azioni repressive –crescita dell’intolleranza- crescita di ideologie aggressive e anti-minoranza –riduzione della proprietà dei media in poche mani- guerre regionali spesso a sfondo etnico-religioso-razziale e così via in una spirale senza fine.
C’è un terzo punto: solo con la crescita dell’istruzione in tutto il mondo si può sperare in un nuovo modello di sviluppo. Gran parte della popolazione mondiale non ha accesso al mondo della scuola. Molti vanno in scuole dove l’unico insegnamento impartito è quello religioso. Le ragazze continuano ad essere penalizzate ed escluse dagli studi. Nei paesi poveri la scuola primaria si limita ad alfabetizzare e a trasmettere precetti senza provvedere ad alcuna reale formazione umana. Assenza di mezzi, insegnanti sottopagati, 50 allievi per classe, scuole in mano al potere politico locale. Abbiamo bisogno di tagliare radicalmente le spese militari e di fare scuole di qualità in tutto il mondo, Italia compresa.

Abbiamo bisogno di tanta fiducia, di una bella dose di creatività e anche di un po’ di fortuna per sperare in un buon 2012.
Proviamoci.

© RIPRODUZIONE RISERVATA Paolo Giunta La Spada

24 dicembre 2011

Il viaggio di Natale. Laikipia Plateau.

Lunedì 12 dicembre. E’ il Kenyatta Day, partiamo alle 7.20 dopo un buon caffè. In uscita da Nairobi sulla strada per Thika ci sono i cantieri per la costruzione del ring-road, ma a parte un po’ di sterrato imprevisto e alcune deviazioni, l’uscita dalla città è tranquilla e veloce. Alle 10.30, dopo 200 chilometri, siamo a Naniuki. Da qui inizia la strada che ci porta nel cuore dell’altopiano di Laikipia.
Faccio il pieno a Oil Lybia e prendo la “tarmac” road per Dol Dol. Dopo 9 km giro a destra direzione Naibor. Dopo 13 km raggiungo la “dirt” road e si continua su questa deserta “murrum” road per altri 11 km. Non ci sono cartelli, ma mi sono scritto le spiegazioni di Sophie e ho disegnato sulla mia agendina una piccola mappa.
Si arriva ad uno stagno pieno di mucche intente all'abbeveraggio; la strada si inerpica su una stretta collina e ridiscende sulla terra rossa. Su una pietra c’è inciso EL K, lì giro a sinistra: la debole traccia della strada non c’è più. Le piogge di novembre sono state disastrose e quando l’acqua s’è ritirata ha lasciato rovina e solchi profondi mezzo metro. Rimane una confusa pietraia su cui dovrò posizionare le ruote evitando di finire con una ruota al centro o ai lati della traccia: vista la profondità sarebbe la fine del viaggio e sarei costretto ad aspettare soccorsi e traino.
Guido con la massima concentrazione scartando ora a destra, ora a sinistra, o tirando dritto al centro. Tengo con forza il volante che tende ad andarsene dove vuole perché le ruote non trovano una sufficiente base d’appoggio e slittano sul fondo ripido.
Dopo 5 minuti molto “saltellanti” la pista diventa più regolare. Nei punti più bassi, in prossimità del fiume, c’è ancora molto fango.
Incontriamo giraffe, dik dik, zebre, scimmie, antilopi, impala, gazzelle. Continuiamo per altri 9 km senza incontrare nessuno.
El Karama è un’espressione araba; significa “Something of honour, an aswer to prayer, a treasured possession”. Il nome fu dato da Paddy Batelle, un soldato irlandese che dopo la prima guerra mondiale aveva tentato di stabilirsi qui. Per fare i 43 chilometri dissestati da Naniuki a El Karama Paddy impiegò due mesi con un mulo. Costruì una semplice casa e cominciò ad avere qualche mucca e animali da cortile. Nel 1925, dopo la morte per malaria della moglie, Paddy decise di tornare in Irlanda. Il ranch di El Karama passò agli Osborne che lo ingrandirono e svilupparono il corpo centrale della casa. Nel 1963, con l’indipendenza del Kenya dal dominio inglese, gli Osborne si trasferirono in Sud Africa ed El Karama fu comprato da Guy Grant, nato in Kenya nel 1928, figlio di Hugh Grant, soldato, in Kenya dal 1922, Console britannico del Sud Etiopia. Nel 1970 Guy sposò Lavinia, artista che descrive nei suoi dettagliati disegni la flora, la fauna e i paesaggi di Laikipia.
Ad accoglierci a El Karama è Sophie, la giovane e bionda moglie di Murray Grant, il figlio di Guy e Lavinia.
13, 14 e 15 dicembre. El.Karama è una proprietà di circa 6500 ettari. L’altitudine è 1700 metri. L’ambiente è quello dell’altopiano africano: praterie, savana, tratti di foresta nei pressi del fiume. Ospita 70 specie di mammiferi, inclusi leoni, leopardi, elefanti, ippopotami e bufali, la non comune in Africa Grevy’s zebra, la giraffa reticolata e l’African Hunting dog.

Le “bandas”, metà capanne di legno e pietre, metà tende, sono davanti al fiume: la vista è splendida. Siamo i soli visitatori. Non c’è elettricità, né generatore di corrente. La scarsa luce viene da lampadine solari a led nelle bandas, o da lampade a kerosene e candele nel “ristorante” all’aperto. Le bandas sono dotate di acqua calda grazie agli impianti solari, ma sono piuttosto spartane nonostante qualche tentativo di esotico lusso.
La sera nel piccolo ristorante l’addetto al servizio, Lovii, un simpatico signore di etnia Kalenjin, ci serve cene eccellenti con decine di mosche salsiccia lunghe tre centrimetri, i maschi delle safari ants, che si gettano sulle lampade, ronzano intorno ai bicchieri, planano sulla tovaglia. L’acqua da bere è piovana. Di giorno eserciti di formiche possono attaccare una tenda o un bagno. Nel bagno l’acqua è quella del fiume: torbida, scura, marrone. Facciamo una rapida rassegna degli amici e dei parenti che potrebbero essere contenti di passare le vacanze in un posto così : solo uno o due, a fatica, superano l’esame. Oltretutto El Karama è piuttosto caro, anche se molto meno di altri ranch di Laikipia.
Nel ranch, morto Guy, è rimasta Lavinia con pochi parenti. Ci sono 800 mucche da latte e il latte viene venduto tutti i giorni alle industrie di zona. Ci sono 15 cavalli, tutti gli animali da cortile, un orto ben fatto. A Laikipia caffè e thè non sono adatti, il terreno è in gran parte duro, pietroso e arido e ci sono molte annate di siccità. Le notti sono fredde. Nel ranch c’è un immenso bacino artificiale per raccogliere l’acqua e giganteschi serbatoi di riserva, la penuria d’acqua è un incubo. Si potrebbe coltivare il grano, ma costerebbe parecchio e non ci sarebbe una buona resa.

L’altopiano di Laikipia, a nord-ovest del Monte Kenya, è 9.500 chilometri quadrati: verdi praterie, macchie di durissime acacie spinose, gole di roccia, fiumi che si gonfiano con le piogge e si seccano nel periodo successivo. Due settimane fa il ranch è rimasto isolato a causa delle rovinose piogge di ottobre-novembre. Ora il terreno si sta asciugando e sta diventando duro come la pietra. La natura è selvaggia e incontaminata, senza alcun insediamento umano se si escludono i pochi ranch e qualche piccola comunità agricola autosufficiente. La pressione demografica che nei momenti di crisi pesa sui ricchi proprietari terrieri d’origine europea qui è assente. Nelle belle giornate si gode della linea elegante del Monte Kenya, 5.199 metri, grigio tagliente macchiato di neve bianca sul fondo blu del cielo.
La mattina all’alba andiamo in esplorazione in macchina; al mattino l’erba è troppo bagnata per camminarci sopra. Ci accompagna sempre Joseph, da 17 anni la guida di El Karama, di etnia Meru, un uomo alto e dal fisico asciutto, cortese e discreto, che conosce ogni pianta, uccello, insetto o mammifero di Laikipia. Ad una curva siamo ostacolati da tre leonesse che affamate ci sbarrano la strada: appaiono stanche e nervose, forse deluse dalla caccia andata male. Due si siedono sulla pista e non ci fanno più passare. Poi si alzano quando mi avvicino e ci guardano di traverso con la luce bassa del sole che illumina i loro sguardi felini. Scorrazziamo con la piccola jeep fino ad attraversare più volte il fiume, l’erba è più alta dell’auto e la pista non c’è, siamo noi a farla per la prima volta sull’umido del bush. Alcuni passaggi sono difficili perché tozzi arbusti di spinosissimi whistling thorn sono a poca distanza e non ci passo se non a rischio di strisciare irrimediabilmente le fiancate. Salite e discese su percorsi di erba alta, a volte di fango, o di pietra, o di terra rossa. Spengo il motore ogni volta che incontriamo un branco di elefanti, di giraffe, di bufali o di zebre. La vegetazione è brulla, ma diventa rigogliosa e piena di colori nei pressi del fiume che gorgoglia ricco di acque.
Tutti i giorni, due ore e mezza prima del tramonto del sole, andiamo a camminare. Joseph reca con sé il suo Remington con pallottole 458 Winchester Magnum Super Grade in grado di fermare un elefante o un bufalo che carica. Camminiamo sempre in silenzio. Joseph per primo, poi mia figlia, poi mia moglie, infine io. A volte seguiamo le tracce lasciate dagli animali, le impronte che ci dicono da quanto tempo è passato un leone o un leopardo, una gazzella o una giraffa. Il silenzio è interrotto dal consueto concerto di uccelli che a volte fanno frullare le ali spaventati dal nostro inaspettato arrivo. E’ un caleidoscopio di colori, incontri, emozioni che non ci fa mai sentire la fatica delle due ore e mezzo di camminata nell’erba alta o su sottili creste di roccia a fianco della pista. Ritorniamo sulle praterie dell’altopiano per incontrare centinaia di impala, antilopi, giraffe, faraone e struzzi in fila indiana, zebre e gazzelle e per goderci il tramonto con vista a 360 gradi. Torniamo alle bandas giusto in tempo per inebriarci dei bagliori di rosso e viola del sole scomparso e ascoltare il concerto di migliaia di uccelli e grilli.
Tra il safari del mattino e la camminata della sera c’è molto tempo per leggere, dipingere con i colori ad acqua, riposare, prendere il sole in riva al fiume, guardare le piccole creature nei pressi della nostra “banda”: scoiattoli dalla lunga coda rossa, uccelli multicolori e iguana variopinti… Mia figlia passa molto tempo nella bella casa di Sophie e Murray con i 7 cuccioli di Trixie, lo Staffordshire bull terrier di casa.

16 dicembre. Dopo l’ennesima meravigliosa colazione con la vista del fiume Naso Nyiro scintillante al sole dell’alba partiamo per Naniuki. Ancora giraffe, antilopi, zebre e una sorpresa: hanno messo a posto la strada che è diventata abbastanza facile. Non so se in me prevale la contentezza per lo scampato pericolo, o il rammarico per come ho fatto la strada all’andata. Rimangono sempre 30 chilometri di orrida e deserta tarmac road. Arriviamo a Naniuki. Davanti alla City Butchery e al Best Tea Room le donne Turkana, Samburu e Masai con i loro shukas bianchi e neri. Vicino alla moschea gruppi di Borana e di Somali. C’è animazione e molte code di auto che fanno benzina e alzano nugoli di polvere in manovra. Shell e Caltex l’hanno finita: a Oil Lybia ce l’hanno ancora e approfitto. Sulla strada di ritorno a Nairobi il cartello che indica che abbiamo appena passato l’Equatore. Faccio la spesa della frutta da una bella ragazza vestita con un kanga giallo ocra a fiori rosso porpora.

P. S.: agli amici che mi dicono che porto la mia famiglia sempre in posti avventurosi: la destinazione e il lodge sono stati scelti da mia moglie e io mi sono limitato a dare il mio consenso.

Buon Natale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA Paolo Giunta La Spada

30 novembre 2011

La scomparsa dell'intellettuale italiano.

La crisi della cultura

Gli italiani che sono in grado di leggere un editoriale su un giornale sono circa 5 milioni. Gli altri 40 milioni, stiamo parlando di adulti, non leggono e si limitano a guardare la televisione. Siamo un popolo disinformato e incolto e il fatto, denunciato anche dal Dipartimento Anti-trust dell’Unione Europea, che l’ex-premier controlla l’80% per cento delle televisioni italiane rende la situazione italiana ancora più grave.
Le TV commerciali e il Web, inoltre, hanno mutato radicalmente il ruolo degli intellettuali nella società moderna e, in particolare, in Italia.

Intellettuali di Destra.

Gli intellettuali di destra come Lucio Colletti, Saverio Vertone, Giorgio Rebuffa, Piero Melograni e Marcello Pera si schierarono con Berlusconi sperando in una rivoluzione liberale e nella liberazione dalla cattiva politica della prima repubblica. Tutti si fecero eleggere con Forza Italia e tutti, gradualmente, abbandonarono l’ex-premier delusi dalle sue promesse non mantenute e dal suo guardare solo ai propri interessi privati. Furono accusati di essere dei venduti e bollati come opportunisti visto che molti, Lucio Colletti più di altri, erano stati illustri pensatori marxisti negli anni 70. Altri, molto meno illustri, come Ferrara e Bondi, passarono con disinvoltura dal pensiero totalitario comunista al pensiero totalitario berlusconista (e ai soldi del premier). Ai pochi intellettuali, infine, si sostituirono le ragazze di Via Olgettina, le veline e le escort subito promosse nei gradi alti della politica. Gli intellettuali di destra sono rimasti in silenzio o al servizio di chi li paga.

Gli intellettuali di Sinistra.

Gli intellettuali di sinistra sono rimasti largamente spiazzati dal mutamento radicale imposto alla storia dal crollo del muro di Berlino del 1989 e dalla fine del comunismo come ideale di trasformazione della società. Molti, piuttosto che approdare ad una cultura liberale, sono rimasti in silenzio. Altri, invece che rivendicare il giusto e il positivo delle lotte operaie e contadine dell’Ottocento e del Novecento, le hanno rimosse, dimenticate, cancellate.
Altri continuano ad esaltarle senza però aver mai denunciato i nefasti danni prodotti alla società italiana dal velleitarismo e dal fondamentalismo di sinistra, antipatriottico e antistatale. La storiografia di sinistra si è fermata ad un vago “pensiero debole” che richiama il tema della crisi delle ideologie e ripropone una sorta di relativismo ideologico culturale che non sa indicare mezzi e fini dell’esistenza umana.

Alberto Arbasino, dopo un dichiarato anticonformismo di stampo borghese negli anni 60, è deputato dal 1983 al 1987 col Partito Repubblicano e non c’è bisogno di commentare la sua opera più recente.

Umberto Eco, il più formidabile scrittore e intellettuale italiano degli ultimi 40 anni, si è dedicato ad una attività letteraria di successo. Partecipa a volte e con merito agli incontri di Giustizia e Libertà, di rado rilascia interviste, quasi mai interviene nella vita pubblica italiana. Su di lui ricade la responsabilità di aver distrutto, nell'epoca in cui tali operazioni erano di moda, uno dei pochi libri fondanti l'identità italiana di fine Ottocento, il mitico Cuore di Edmondo De Amicis, disconoscendo alla lunga il valore dello scrittore di Memorie Mediterranee. Ebbe pure la colpa di indulgere in uno strutturalismo esasperato che finì per irridere e archiviare drasticamente buona parte della critica letteraria italiana.

I grandi registi italiani si dedicano ad operazioni di cultura marginale.
Il più grande, Bernardo Bertolucci, ha composto l’ultimo capolavoro con "L’assedio", del 1998; è naufragato con "Dreamers", nel 2003; si sta attualmente dedicando a "Io e te", di Niccolò Ammaniti, e appare lontano il datato, ma indimenticabile "Novecento" del 1975.

Nanni Moretti negli ultimi 12 anni ha fatto tre film: uno di appena un’oretta su sé stesso e sulla nascita di suo figlio: "Aprile" del 1998; uno, "La stanza del figlio", del 2001, su cosa succede in una famiglia quando muore un figlio; poi l’orribile “Il Caimano”, del 2006, un film che ha una sceneggiatura pessima e sembra un fumetto di Paperinik per quanto è girato male. Recentemente ha fatto anche un delicato film sulle presunte fragilità di un Papa moderno e si guarda bene dal parlare dell’Italia di oggi se non per ricordare, quando glielo chiedono, quanto fu “bravo e profetico” a promuovere i “girotondi” nei primi anni 2000. Al sofisticato regista romano si dovrebbe dedicare un capitolo intero perché alcune sue battute che hanno fatto epoca (“Quando ho saputo che ha vinto Berlusconi mi sono fatto una canna così”, “Il dibattito no!”, "Di' una cosa di sinistra" riferito a D'Alema) sono andate di pari passo con l'affermazione di un'ideologia di compiaciuto disimpegno di stampo snob.

La società dominata dalla televisione.

Nel ventennio berlusconiano, con la figura dell'intellettuale al tramonto, è andato in auge il “conduttore unico” Bruno Vespa, l’onnipresente faccione "ducesco" a cui è stata affidata l’agiografia del premier e la celebrazione acritica di tutti gli eventi televisivi della società italiana attuale: la beatificazione di Papa Giovanni Paolo II, la riesumazione della salma di Padre Pio, i grandi concerti di Stato, i funerali di Stato, la presentazione ufficiale dei nuovi Governi della Repubblica.
Siamo così passati da una società che negli anni 60/70 godeva di un notevole pluralismo culturale e di grande ricchezza espressiva (Fellini, Antonioni, De Sica, Visconti, Pasolini, Gadda, Moravia, Montale, Levi, Morante, Fenoglio, Fallaci) ad un mondo culturale dominato dalla televisione.
I palinsesti televisivi sono fatti in modo da solleticare gli istinti più bassi del pubblico: cronaca nera con dettagli scabrosi, cronaca rosa, sesso e gossip sui personaggi anche di secondo e terzo piano del mondo dello spettacolo, reality show.
La società orientata dal modello televisivo promuove i paradigmi di vita: mediocrità, soldi facili, sesso fine a sé stesso e senz’anima, possesso di beni commerciali di moda, assenza di emozioni vissute attraverso l’esperienza personale diretta, totale assenza di intelligenza, zero osservazione critica e zero sensibilità artistica.
I giovani non sognano più e non vivono più forme significative di aggregazione sociale e culturale, l'educazione civica appare sempre più sciatta e trascurata.
I ragazzi vanno a scuola senza orgoglio "perchè ci si deve andare".

L'estinzione della funzione intellettuale.

Non c’è solo la crisi della politica; nel nostro Paese c'è un vuoto culturale che ha prodotto l’estinzione dell’intellettuale italiano, cineasta, storico, studioso di scienze o scrittore che sia: non ci sono figure di riferimento che sappiano porre domande e siano in grado di cercare possibili risposte.
Chi abbia il coraggio di esporsi e impegnarsi in prima persona per esprimere un bisogno collettivo di sapere, l'esigenza di miti fondanti per una nazione che li ha sempre più incerti e vacillanti, il desiderio di sogni collettivi, i progetti di un futuro da immaginare nei più minuti dettagli.

(continua )

© RIPRODUZIONE RISERVATA Paolo Giunta La Spada

L'Autunno della Politica

La crisi della politica

Si parla spesso in Italia di crisi della politica: la gente si sente sempre più distante dai politici che vengono disprezzati per le loro scarse qualità morali, oltre che per l'abissale ignoranza. La democrazia si è ridotta ad un mero apparato formale con i politici che fanno ciò che vogliono soprattutto se, come nel caso dell’ex-premier, possono contare su un sistema mediatico che orienta la pubblica opinione.
Va di moda scagliarsi contro la politica: l’ex-premier si scaglia contro i “politici di professione”, come se lui non fosse stato al governo per 17 anni, non sedesse in Parlamento e non fosse il capo di un partito. Il tema dell’antipolitica in Italia è sempre stato di successo visto che i Radicali di Pannella negli anni 70, lo stesso Berlusconi a partire dalla metà degli anni ’90, la Lega ieri come oggi, il Movimento 5 Stelle oggi, hanno successo perchè gli italiani sono stufi della classe politica corrotta, privilegiata, disonesta. O annoiati dai discorsi. Rottamare è il verbo che va di moda.
Il fatto che oggi, dopo 17 anni di berlusconismo, ci sia un governo di “tecnici” la dice lunga sull’incapacità degli ultimi governi, e dei politici in generale, a gestire la cosa pubblica. Al di là di quello che si può pensare del governo Monti rimane la realtà di un “tecnico” che si deve occupare dell’Italia dopo anni di promesse non mantenute, di bugie e frottole. Un “tecnico” che deve “riparare” l’Italia dopo un fallimento durato 17 anni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA Paolo Giunta La Spada

17 novembre 2011

Il conto, per favore!

Lo Stato italiano spende ogni anno circa 700 miliardi di Euro.
Lo stato per pagare questi 700 miliardi ne prende 400 dalle tasse e 300 dal prestito.
Il debito che l’Italia ha accumulato nel corso del tempo ammonta a circa 1.900 miliardi di Euro. Gli interessi che l’Italia paga sui prestiti che riceve ammontano a circa 70 miliardi di Euro l’anno. L’88% delle tasse che incamera lo Stato provengono dal mondo del lavoro dipendente. Il cosiddetto “popolo delle partite IVA” contribuisce al fabbisogno dello Stato per il 12%. In sostanza mentre un’industria sana e i suoi operai pagano le tasse abbiamo la seguente situazione:
i ristoratori e i proprietari di bar nel nostro Paese denunciano meno dei loro camerieri come risulta dai dati dell’Agenzia delle Entrate;
chiunque sa cosa significa andare da un medico specialista: dopo una visita dal dentista, cardiologo, osteopata, omeopata, pediatra, oculista, dermatologo e ortopedico si esce quasi sempre con un ragionamento: la visita è durata 20 minuti, mi è costata 150 Euro senza alcuna ricevuta fiscale, di visite questo signore ne fa 20 al giorno che sono 3000 Euro al giorno che moltiplicate 24 giorni lavorativi al mese fanno 72.000 Euro al mese. Perché dovrei pagare io le tasse? Questi sono i luoghi dove spesso le segretarie ti chiedono se vuoi la ricevuta fiscale: 200 con la ricevuta, 150 senza. Che cosa dovrebbe rispondere, prof. Monti, un impiegato che ne guadagna 1300? O un cassiere del supermercato che ne guadagna 900? O un impiegato di un call center che ne prende a cottimo 700? O un professore che arriva dopo trent’anni di carriera a 1750?
Anche parrucchieri e barbieri sono ondulati nell’evasione quanto le chiome che disegnano.
L’intero comparto dell’edilizia produce un sommerso di vasta entità. A parte i lavoratori stranieri in nero che vengono pagati niente e trattati spesso come schiavi, si inizia con architetti, ingegneri, geometri per finire con imprenditori edili, detti comunemente muratori, elettricisti, idraulici, pittori, falegnami e fabbri.
Spiegatemi poi perché appena consultate un avvocato partono subito 500 Euro manco avete aperto bocca e se fate un atto per l’acquisto di una casa vedete 15 minuti un notaio e vi partono 3, o 4 o 5.000 Euro. Perché? Siamo nel Medioevo e dobbiamo pagare le tasse feudali ai feudatari?
Infine ditemi perché tutti sanno dove stanno 25 extracomunitari in due stanze a 100 Euro a testa e 6 studenti in tre stanze a 300 Euro l’uno, ma nessuno fa mai niente per far rispettare la legge.
Ditemi inoltre dov’è stato il Ministro Maroni per 3 anni e come ha fatto a non vedere le migliaia di lavoratori immigrati che raccolgono pomodori e frutta in Puglia, Campania e Sicilia tutto l’anno. Tutti pagati in nero. E assai poco. E come è possibile che non vedano le decine di migliaia di immigrati nelle cucine dei bar-ristoranti di tutta Italia, Nord incluso. Pagati in nero. E pochissimo.
Mi viene però il dubbio che i professori del nuovo governo, preoccupati dalla difficoltà di stanare, con metodi certi e a prova di corruzione, i mille evasori fiscali del nostro Paese mettano le mani in tasca a quelli che le tasse già le pagano: dipendenti pubblici e privati, pensionati già alla fame. E’ più facile e si fa subito, che ci vuole?
Prima di parlare di patrimoniale, ICI, tagli alla spesa pubblica bisognerebbe cercare di vedere quello che il precedente governo, obnubilato dal bunga bunga e dal fulgore di tante escort a corte, non è stato capace di cambiare o non ha voluto vedere.
Spero che il Governo Monti, a cui auguro il massimo del successo, sia capace di una politica fiscale che restituisca agli italiani l’orgoglio di vivere in un Paese civile e che i tagli alla spesa pubblica siano qualificati, settoriali, relativi agli sprechi: non finalizzati a mortificare una domanda di consumo già appiattita da stipendi da fame. Senza quella domanda di consumo non ci sarà crescita.
Che si cancellino, dunque, le Province, le 72.000 auto blu con autista, i vitalizi dei parlamentari con una sola legislatura, le baby-pensioni 14 anni 6 mesi e un giorno, le pensioni d’oro, gli stipendi dei dipendenti delle due Camere e della Presidenza del Consiglio, tanto per fare un esempio. Spiegatemi perché un commesso della Camera dotato di Licenza Media guadagna 5 volte quello che guadagna un professore di Scuola Superiore dotato di Laurea.

15 novembre 2011

I sogni, l'orgoglio del lavoro ben fatto, i miracoli, la forza dei giovani, la bellezza delle tradizioni, l'onestà...



Costruire un Paese di cui essere orgogliosi, l'Italia.

Viva l'Etiopia.

Mercoledì 2 novembre.
Addis Abeba, Etiopia.
Agli arrivi dell’aeroporto, all’uscita dove c’è la gente che aspetta, una muraglia umana di volti neri, classici, gli occhi scuri che scrutano. La classicità disegna le guance, le linee della fronte aperta, i ricci corti degli uomini dal volto severo, gli occhi mandorlati delle donne dallo sguardo orgoglioso e dolce.
Profumo di cotone degli shamma che sa di buono, odore di caffè tostato.
Giovedì 3 novembre.
Kofale.
Storia di K.
Quando nasce la madre la promette sposa alla sua vicina che l’ha visitata per prima e ha un figlio maschio di due anni. Questo bambino muore all’età di 4 o 5 anni. La promessa della madre sfuma. Il padre qualche anno dopo promette in sposa la sorella di 16 anni e incassa le mucche per la cessione della figlia. Arriva il giorno in cui l’uomo deve prendere in consegna la sorella di K., ma la sorella è scappata di notte e il padre di K., che ha già impegnato le mucche in una vendita, offre K. che ha 6 anni. L’uomo è furioso con il padre, valuta il nuovo acquisto ma non lo reputa adeguato e dopo molte discussioni se ne va pieno di collera con K. e suo padre.
K. cresce nell’isolamento e nel rifiuto del padre che la considera una buona a nulla. Buona neanche a sostituire la sorella per le necessità della famiglia.
K. ha trovato aiuto in Padre Angelo e rifugio nella Missione di Kofale.
E’ lei che, in una mattina di sole, mi aiuta a comprare a Shashemena il gabi più bello, il berberè più fresco.
Sabato 5 novembre.
Kofale. Faccio una camminata. Molti carretti trainati da cavallini e muli sfrecciano e alzano polvere rossa. Piccole animate botteghe. Musica dal ritmo vivace dagli altoparlanti dei bar. Tavoli da ping pong improvvisati sui bordi delle strade. Donne coperte di nero con il velo che lascia scoperti gli occhi, altre con la testa coperta ma il viso scoperto e l’abito colorato, quasi nessuna col capo scoperto. Tantissimi bambini. Due o tre chiedono soldi con un improbabile inglese: you! You! Money! give me money! give me caramella! La maggior parte mi ignora. All’incrocio con la strada asfaltata che porta ai monti del Bale, costruita 2 anni fa, sorge il monumento in bronzo alla donna Oromo, viso scoperto e velo in testa, austera, dall’aspetto severo di contadina e madre. Su un’altra strada parzialmente asfaltata ci sono i negozi più importanti, le moschee, il municipio, la polizia e sta sorgendo il Centro anziani per iniziativa di Angelo. Angelo segue una o due volte a settimana le costruzioni in corso nelle Missioni di Kofale, Dodola, Herero e Adaba. Ovunque sono in costruzione o ampliamento scuole, chiese, nuove case e alloggi che visitiamo insieme. Il venerdì 4 novembre abbiamo girato a lungo tutte e quattro le missioni. Angelo dirige con cuore, impegno e competenza i cantieri.
La strada è bella, tutta asfalto e con panorami profondi di campi d’orzo e di grano macchiati dalla sagoma verde scura di sicomori alti e maestosi.
Si attraversa il fiume Wabi Shebele.
In alta montagna non si incontrano che due o tre macchine e qualche camion, ma il pericolo viene dalle mandrie che percorrono la strada con l’incuranza dei pastori che dovrebbero guidarle, o dagli asini e dalle persone che l'attraversano di continuo.
6 novembre, Addis Abeba
Yemserac ci ha invitato a prendere il caffè da lei domenica pomeriggio, ma l’orario d’arrivo è incerto, il viaggio da Kofale ad Addis Abeba più di 4 ore.
Io e Padre Angelo arriviamo a casa sua alle 6 del pomeriggio, già buio.
Addis Abeba è così grande e cambiata che non la riconosco più.
Oltre a lei, che ha lavorato con noi tre anni e mezzo e visto crescere nostra figlia fin dall’inizio, c’è Sellas, la vecchia cara dolce Sellas, ma poi scopro in pochi istanti che Yemserac è riuscita in segreto a farmi una sorpresa. Ci sono tutti quelli che in nove anni di Etiopia hanno avuto a che fare con noi, con la nostra famiglia.
C’è anche Scetei, a cui avevo comprato la casa ma che avevo licenziato, con lei i pianti di commozione e gli abbracci sono più forti. Tutti e due ci sentiamo in colpa e ci chiediamo scusa e perdono. Ci sono tutti, anche le nipoti e i figli, c’è Lattai che fa il miglior caffè etiopico esattamente come lo faceva 15 anni fa. Siamo travolti tutti dall’emozione, si piange tutti mentre non finiscono di abbracciarmi e baciarmi. Ognuno ha portato la sua specialità di cucina regionale etiopica, Yemserac ha cucinato un doro da antologia, mi riempiono di regali e ricordi mentre il fumo dell’incenso e del caffè pervade l’aria e mi sembra di non essermi mai mosso dall’Etiopia, di non essere mai partito per Cuba, per l’Italia e per il Kenya.
Faccio in tempo a salutare alcune mie ex-studentesse, care e affettuosissime anche loro, e a salutare la barba bianca di Padre Angelo con cui mi sono confrontato con molto affetto, a volte con la contrarietà delle opinioni che possono essere diverse, ma mosso sempre da una stima incondizionata e profonda.
Grazie di cuore Angelo, grazie ai frati, alle suore e alle ragazze della Missione, grazie Yemserac, grazie Sellas, grazie Lattai, grazie Scetei, e grazie alle piccole Nardòs, Naomi e a Bethelem, grazie anche a Sennait, a Genet e a Bersabet.
Grazie Etiopia.
7 novembre, Roma.
Per una triste coincidenza arrivo nel momento in cui Pietro Priori, il carissimo Pietro, lascia questo mondo. L’sms sul telefono appena acceso mi dà una notizia di cui ancora non riesco a capacitarmi. Ricordo di Pietro la grandezza d’animo unita all'umiltà. Pietro che ha dipinto la nostra casa e ne ha fissato i colori, Pietro l’artista sempre pronto a aiutarti, a sorridere bonario, ad accorrere per darti una mano. Pietro, avido dei miei racconti, poteva lui raccontarmi il mondo intero con la sua saggezza, il suo stile inconfondibile, la sua elegante semplicità, la sua onesta e bellissima umanità.

© RIPRODUZIONE RISERVATA Paolo Giunta La Spada

2 novembre 2011

L'ombra del fallimento

Il premier aveva promesso un milione di posti di lavoro quando non c’era alcuna crisi, aveva giurato su un’Italia più libera e meno tassata, promesso il Ponte sullo Stretto e altre cento infrastrutture. Nei 15 anni circa in cui è stato al governo del milione di posti di lavoro neanche l’ombra. Della società liberale e meno burocratica tanto promessa non c’è traccia: tutte le lobbies che bloccano lo sviluppo del Paese sono ancora libere di imporre le loro prepotenze e le loro tariffe salatissime e inconcepibili in un mondo libero. L’Italia è diventata sempre più una società chiusa e monopolistica al punto che ormai la classe degli industriali piccoli e medi spinge per un cambio di governo e Confindustria si dichiara stanca di continui annunci senza alcuna decisione. Il Ponte sullo Stretto e le altre opere non sono state neanche iniziate o definite: né negli anni 90 quando la crisi non c’era, né negli anni seguenti fino ad oggi. L’Italia ha le stesse autostrade degli anni 60 e meno ferrovie di allora. L’Alitalia non è stata venduta quando lo proponeva Prodi e l’avrebbero pagata a peso d’oro: oggi non la vuole più nessuno. In compenso le società del premier, televisioni, banche, case editrici, giornali, immobiliari, supermercati, sono state favorite da leggi ad hoc, (un esempio il digitale terrestre e la spartizione delle relative concessioni), come succede nelle dittature del Terzo Mondo. I guai giudiziari del premier, falso in bilancio, evasione fiscale con apertura di società finanziarie all’estero, corruzione di giudici, adescamenti di minorenni e frequentazione di escort, veri o presunti che siano, sono stati messi a tacere grazie a scadenza dei tempi, prescrizione, indulti, amnistie, leggi ad personam, immunità e privilegi di ogni genere.

Il governo non è capace di fare gli interessi del nostro Paese e di affrontare le sue stesse contraddizioni: questo non se l’aspettavano neanche i suoi elettori e sostenitori. Il governo ha elaborato una media di due provvedimenti al mese e non è riuscito a convertirne in legge uno. E’ andato sotto 94 volte per i voti contrari della sua stessa maggioranza, eppure ha chiesto la fiducia per evitare il dibattito parlamentare 51 volte, come quando ci sono stati gli interessi del premier di mezzo e ha lavorato ad oltranza approvando il Lodo Alfano in 4 settimane. Dopo aver detto, fino a due mesi fa, “l’Italia sta benissimo” il premier sta cercando di mantenere il potere fino al 2013 o di scaricare su qualcun altro le decisioni da prendere. L’Unione Europea pressa l’Italia che da circa un mese viene accomunata alla Grecia: rischiamo il fallimento. Il governo ha passato l’estate a dire tutto e il contrario di tutto, una lunga serie di annunci che poi si sono rivelati falsi. Soprattutto non ha detto che le misure già prese hanno ridotto sul lastrico gli italiani e non sono state capaci di rilanciare l’economia. La gente senza soldi non spende. Se non spende la domanda è bassa e l’impresa è costretta a licenziare. Il governo sta facendo i tagli alla spesa senza individuare gli sprechi, i privilegi, le assurdità delle pensioni d’oro o baby su cui andrebbero fatti i doverosi prelievi. Non si dimezzano i costi scandalosi della politica e, dopo un’estate di proclami, sono rimaste tutte le province inutili; sono aumentati di 1.300 euro al mese gli stipendi dei parlamentari e dei ministri; è rimasta intoccata anche l’assurda possibilità di ricevere due entrate per i politici che hanno due incarichi; sono rimaste le 72.000 auto blu italiane, quasi tutte di grossa cilindrata, con autista. Sono rimaste le Audi del premier che danneggia l’immagine dell’industria nazionale usando macchine tedesche. Come se in Italia non ci fossero Maserati, Ferrari, Lancia e Alfa Romeo. Si colpiscono invece le pensioni già basse dei lavoratori e gli stipendi di operai, impiegati e professori che sono già il 40% più bassi della media europea. Si lascia intatta la Casta politica e la legge elettorale che l’ha protetta e consolidata non è stata ancora abolita.

Guardate i telegiornali fatti nel Regno Unito, negli USA, in Germania, in Svezia, in Cina, o anche nei Paesi Arabi. CNN, BBC, Euro News, SkyNews, Al Jazeera, NDTV, CNBCA, CCTV News descrivono un’Italia che non c’è nei telegiornali del nostro Paese. Gli italiani, come ai tempi del fascismo, non sanno quello che succede in Italia.

I telegiornali italiani parlano bene del governo e poi passano alla cronaca nera. I media stranieri raccontano cose diverse. E’ vero che Sarkosi non doveva permettersi di ridere dell’Italia una settimana fa alla conferenza stampa dell’Unione Europea. Il governo poteva e doveva emettere una nota critica ufficiale, ma non l'ha fatto perchè neanche quello è capace di fare. Quel giorno tutti i giornalisti in sala, provenienti da tutta Europa, hanno riso alla battuta di Sarkosi: quella è la cosa più grave perché dà l’idea dell’immagine dell’Italia oggi nel mondo a causa di un premier che aveva promesso una nuova politica e ha prodotto solo una ridicola messa in scena di sé stesso. Una cosa del genere non sarebbe mai successa con Prodi.

Il brand Italia, un marchio di successo nel mondo da 3.000 anni, può ancora riprendere a volare, ma serve gente seria disposta ai rischi di una nuova avventura politica che sia facilmente riconoscibile dagli italiani come credibile e nuova rispetto al passato. C’è uno spazio politico enorme che i leader attuali non sanno riempire per dare la svolta che il Paese si aspetta. I partiti di centro e di sinistra non trovano unità di intenti, né indicano con chiarezza obiettivi e metodi. Continuano a tenere alti gli steccati ideologici, a curare interessi personali, a distrarsi nei dettagli delle polemiche personali senza utilità per il Paese. E’ evidente che dovranno al più presto scegliere programma e leader. Poi, ognuno di loro, dovrà accettare di fare la corsa da gregario per il leader indicato; come fece la Clinton per Obama nelle ultime presidenziali americane.
Ne saranno capaci Renzi, Bersani, Di Pietro e Vendola?
E che manovre sono pronti a fare Fini, Casini e Rutelli?

Un nuovo impegno dipende da tutti noi. Bisogna smettere di parlare come se gli italiani fossero sempre gli altri e l’Italia una nazione “altra” dove si vive per caso. E’ un momento critico, un 1943 in cui ognuno dovrà assumersi la responsabilità di dire da che parte sta e acquisire come orizzonte quotidiano l’impegno del fare per il bene del Paese. Senza condoni e senza ritardi. Con nome e cognome.

© RIPRODUZIONE RISERVATA Paolo Giunta La Spada

28 ottobre 2011

Friday 28th October at 6 pm

Conference "L'italianità nella storia e nel cinema" by Prof. Paolo Giunta La Spada – Entrance free.

At the Istituto Italiano di Cultura
Michelangelo Hall

Nairobi

10 ottobre 2011

Pirati somali

Un mese fa mi hanno proposto di andare in vacanza a Nord di Lamu in un resort "esclusivo" con un mare immacolato. Quando ho guardato la carta geografica ho risposto di no: troppo vicino al confine somalo, non mi convinceva. Mia moglie mi ha guardato delusa, il posto le era stato consigliato da una collega che ci va spesso e ne decanta la bellezza. Una settimana dopo sono stato informato che in quel resort aveva fatto irruzione una banda di armati molto probabilmente provenienti dalla Somalia, avevano ucciso un turista ospite, un inglese di mezza età, e avevano sequestrato sua moglie. La signora, inglese anche lei, non è mai stata ritrovata. Una settimana fa a Lamu, 25 km più a sud, è stata sequestrata una signora francese sposata con un keniano di etnia Masai e proprietaria di una villa nell'isola di Manda. Un "avvertimento" contro i matrimoni misti? Un sequestro a scopo di estorsione? Un modo per contrastare i progetti internazionali di costruzione del nuovo porto?

http://paologls.blogspot.com/2010/10/la-guerra-di-gennaio-2011-isola-di-lamu.html

A Lamu non va più alcun turista, gli hotel della località patrimonio UNESCO dell'umanità
(http://paologls.blogspot.com/2010/10/isola-di-lamu-kenya.html)
sono deserti.

Oggi, 10 ottobre 2011, arriva la notizia del sequestro della nave italiana a largo delle coste somale. Si stima che i pirati somali siano circa mille, in larga parte provenienti dal Puntland o da altre regioni della Somalia. Sono divisi in gruppi distinti che operano in zone di mare diverse e con differenti modalità d'azione. Tra loro pescatori che conoscono bene il mare e le correnti, ex-seguaci di Siad Barre, mercenari esperti di elettronica, armi e navigazione, miliziani della guerra civile somala, fuoriusciti delle bande islamiche. I gruppi più piccoli operano intorno a Marka, o davanti al porto di Kisimaio. I "Somali Marines" sono invece pirati con una struttura organizzativa in grado di attaccare grandi navi al largo dell'Oceano Indiano. Hanno sequestrato 300 persone che il mondo ha dimenticato, detengono dodici navi nella loro base, detengono capitali nelle banche di tutto il mondo, commerciano in droga e armi, riciclano i soldi “sporchi” con investimenti legali in tutto il mondo: dal Kenya alla Gran Bretagna, dagli USA alla Svizzera. Hanno operato 68 dirottamenti solo nel 2009 e 72 dirottamenti nel 2010 e lanciano i loro attacchi dal Golfo di Aden alle Isole Seychelles. L'ONU ha favorito la lotta alla pirateria e sono state create "task force" per contrastarla, ma senza risultati apprezzabili. Nessuno interviene in Somalia per far cessare le loro attività criminali e nessuna grande potenza si è mai sognata di dare un’occhiata al porto di Eyl che è la loro base operativa. Nessun aereo ha mai bombardato le loro basi militari e logistiche.

© RIPRODUZIONE RISERVATA Paolo Giunta La Spada

18 agosto 2011

Italiani senza Storia

Cari lettori,
l’economia è vitale per tutti noi, ma oggi vorrei parlare dell'ultimo grave "infortunio" del governo del premier. Che i provvedimenti finanziari del governo non servano a nulla lo sapete: siamo tutti più poveri e tassati a causa di misure inique e folli che non sono nè riforma fiscale, nè riforma della finanza per rilanciare la voglia di imprendere in Italia. Sembra che il governo sia impegnato a scoraggiare o deprimere ogni residua voglia di investimento nella penisola. Ma quello che mi sta a cuore oggi è l’insipienza cafona e volgare con cui si suppone di cancellare le nostre tre feste nazionali: 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno. Succedesse in un altro Paese, non dico europeo ma anche del Terzo Mondo, ci sarebbe una rivoluzione e li spellerebbero vivi, quelli col fazzoletto verde che stanno seduti all'inno di Mameli per primi. Pensate se in Francia cancellassero il 14 luglio... Ora, dicono gli ignavi, si spostano alla domenica prima o dopo, non è che si cancellano. No signori, spostarle alla domenica significa abolirle. La vita di ognuno di noi è fatta di giornate storiche, celebrazioni, vittorie e sconfitte. Così una nazione. E’ questo che dà significato all'esistenza di un uomo come alla vita di una nazione. Saper conservare il ricordo di ciò che porta significato, emozioni e valori. La memoria di ciò che è successo nella storia è patrimonio indissolubile della nostra civiltà. Non si sposta, non ci si gioca, non si cancella.
Non si tocca.

Paolo Giunta La Spada

14 agosto 2011

Ferragosto

La terra degli altri e i nostri consumi

La produzione agricola non riesce a soddisfare le esigenze di nutrizione della popolazione mondiale, specie nei Paesi poveri. Quest’anno la siccità mette a rischio la vita di 9 milioni di persone in Etiopia, Somalia e Kenya. Il cibo e l’acqua scarseggiano. Undici aziende britanniche hanno comprato 32 milioni di ettari in varie regioni d’Africa per coltivare legumi e cereali da destinare alla produzione di biocarburanti. L’Unione Europea ha deliberato che entro il 2020 il 10% del carburante usato in Europa debba essere di origine bio. Il problema è che il ciclo di produzione per giungere ad un litro di biodiesel necessita di 4.000 litri di acqua. Oltre agli inglesi anche cinesi, americani, tedeschi e francesi stanno comprando terreni che già vengono coltivati per produrre biocarburanti in Etiopia, Kenya, Tanzania, Mozambico, Angola, Camerun, Sierra Leone, Benin e Nigeria. Così, nel loro continente, cioè a casa loro, gli africani trovano i campi destinati alla produzione di biodiesel per il consumo europeo piuttosto che al grano e ai legumi da mettere sotto i denti.
Pensate se succedesse il contrario. Cioè oggi vi affacciate alla finestra, dalla vostra bella casa di campagna o in vacanza al mare, guardate le verdi colline e le floride pianure d’Italia e trovate tutto coltivato per fare carburante da destinare alle automobili degli africani.
Che direste?

La società globale

Il mondo sviluppato, invece, produce più merci di quante se ne possano comprare. Pertanto le aziende spendono ogni anno nel pianeta 550 miliardi di dollari in pubblicità. La pubblicità non è solo messaggio commerciale, ma è un linguaggio pervasivo che ci accompagna e ci educa fin da quando siamo piccoli, si avvale di diversi emittenti e diffonde filosofie e modelli comportamentali che ci entrano dentro senza che ce ne accorgiamo. Un bambino italiano che sta due ore al giorno in televisione si becca 5.000 spot pubblicitari all’anno. Le persone pensano di decidere della propria esistenza e delle scelte di consumo, in realtà sono largamente indotte a consumare ciò che “devono” consumare, cioè merci e stili di vita decisi da altri. Possono essere diverse le categorie di consumo, ma per ognuno si instaura il meccanismo perverso del bisogno indotto, del desiderio artificioso. I ricchi o coloro che provano ad essere anticonformisti, o almeno di non essere troppo esposti alle leggi del mercato finiscono per sviluppare mercati che sono “alternativi” solo in apparenza, spesso sono nuovi mercati di nicchia, a volte snob, o altolocati, o improbabilmente “esclusivi”, come recita la più bieca pubblicità.
Se sono poveri, in quanto non consumatori, non sono considerati esseri umani meritevoli di vivere. Non li vuole nessuno, come i 9 milioni che in Kenya, Somalia ed Etiopia muoiono tutti i giorni: 25.000 persone al giorno con la pancia secca e strozzata dalla fame.
Consumo ergo sum, è il Credo della società globale.
I giovani di Londra infatti non hanno invocato rivoluzioni o cambi di governo: hanno rubato TV al plasma, I-phones e computer.

Il governo e il declino del nostro splendido Paese.

La crisi, intanto, è arrivata sempre di più anche nel nostro mondo. Il premier ha narrato amabili frottole per anni. Ora sta togliendo a lavoratori dipendenti e pensionati quel poco che dava ancora un barlume di vita e speranza. Il feroce e ingiusto rastrellamento di denaro lascia l'evasione fiscale intoccata e non produce alcun accenno di seria riforma fiscale. Ottiene un solo risultato: italiani sempre più tassati e poveri. La cricca politica continua a guadagnare 18.000 Euro al mese e a cenare in Parlamento con 2 Euro. Con l'inquietante prospettiva di un Paese allo sbando i TG RAI e Mediaset dicono solo menzogne e la programmazione estiva non mostra una sola analisi, un solo reportage, sulla crisi in atto.
Contemporaneamente i nostri aerei bombardano la Libia e, senza una vera politica estera, la triste Italia del “premier bunga-bunga” si avvia al declino definitivo, con centro, destra e sinistra che stanno a guardare, o litigano tra loro senza avere un programma chiaro e credibile. Anche molti italiani fanno la loro parte: disprezzano i politici per la loro disonestà, ma se ne servono. A chiacchiere, tra un gelato d’agosto e l’altro, denunciano gli sprechi al vicino d’ombrellone, si lamentano della classe politica, ma molti hanno “scheletri nell’armadio” e tornati a casa stanno attenti a non inimicarsi il potente che in passato gli ha fatto “il favore” o il conoscente che ancora gli può essere “utile”.

Civiltà fa rima con onestà.
Cambiare l’Italia significa, oltre che sostituire l’attuale classe dirigente, non chiedere “favori”, non creare rapporti patrono-clientes e lavorare tutti per avere un Paese più trasparente.
Più libero.
Più bello.

11 luglio 2011

Italy & World

http://paologls.blogspot.com/2010/10/la-guerra-di-gennaio-2011-isola-di-lamu.html
La nuova Nazione: il Sud Sudan


Dal 9 luglio 2011 una nuova Nazione fa parte del mondo: il Sud Sudan. In tutto il pianeta i Sudanesi del Sud hanno celebrato la loro indipendenza da Karthoum dopo 30 anni di guerra. A Juba, la capitale, le feste sono durate 24 ore, ma anche nei Paesi vicini, Kenya ed Etiopia in particolare, la gente ha cucinato i piatti tipici, festeggiato e celebrato a lungo. E’ una festa macchiata da quello che è successo nelle settimane scorse quando l’aviazione del Nord ha bombardato pesantemente la regione di confine del Paese. Il 20 maggio le Sudan Armed Forces di Karthoum hanno occupato, dopo aspri combattimenti, la città di Abyei e le regioni più ricche di petrolio. Migliaia di profughi hanno abbandonato le loro case e intasato le piste che vanno a Juba. La capitale del nuovo stato si è trovata in una condizione drammatica di emergenza per gli alloggi mancanti e la crisi delle condizioni igieniche. Il conflitto tra Nord e Sud rimane quindi incerto soprattutto per quanto riguarda le zone di confine e le regioni petrolifere più ricche. Il governo di Karthoum ha concluso la sua azione di forza sulla pelle delle popolazioni del Sud senza che si levasse una voce di protesta nel mondo occidentale e senza conseguenze di reazioni militari da parte americana o occidentale. L’ONU e i media internazionali hanno dato scarso risalto alla notizia.
Al Parco della Pace di Nairobi, in pieno centro, c’è stato un bellissimo concerto diretto da Riccardo Muti con cento orchestrali italiani e molti bambini degli slums accompagnati dai missionari. Accanto, nei piccoli ritrovi, i giovani del Sud Sudan festeggiavano sotto un cielo plumbeo e solenne la loro avventurosa indipendenza: buona fortuna Sud Sudan!

5 luglio 2011

A sud dell’Italia.

Le vacanze nel Mediterraneo.

In questi giorni le famiglie italiane parlano di vacanze. Chi ha prenotato un anno fa, chi si limita ad andare nella seconda casa di proprietà, chi sta cercando solo ora un’offerta speciale o un volo scontato. C’è anche il turismo da “crisi”: molti vanno in Grecia perché lì la crisi rende gli operatori turistici più ospitali e disponibili a prezzi più bassi. Anche dopo la guerra nell’ex-Jugoslavia molti italiani andavano nelle località marine della Croazia. La Tunisia, il Marocco e l’Egitto cercano di rilanciare il turismo post-crisi: le agenzie offrono pacchetti scontati.
In Libia non si va più e gli italiani l’hanno dimenticata. Nessun media di questo mondo dice la verità sulla Libia. Ogni notte Tripoli, una città di due milioni di abitanti, viene bombardatata pesantemente. I Falcon F16, i Tornado, i 2CC-150 Polaris, i Mirage ultima generazione di Francia, Regno Unito, USA, Canada, Danimarca, Belgio, Olanda, Italia e Norvegia scaricano sulla città i missili ASMP, gli AGM 65 Maverick, gli Storm Shadow, i missili Harm, i 109 Tomahawk da 1.440 chili di peso, i Cruise Air Launched da un milione di dollari l’uno. Questo bombardamento a tappeto non c’entra nulla con la No Fly-Zone decisa dall’ONU più di tre mesi fa.
Un anno fa il leader libico Gheddafi era ricevuto con tutti gli onori in tutto il mondo. In Italia il premier gli organizzava una visita di lusso con centinaia di escort pagate dallo stato e gli regalava battelli, armi e miliardi.
Ora il governo italiano non ama parlare della Libia. Con la manovra finanziaria che impoverisce ulteriormente gli italiani non c’è voglia di parlare di quanto costano le missioni militari.
Si sorvola anche su quello che stanno facendo i bombardieri italiani. “Non ritengo sia necessario fornire queste informazioni“, ha risposto il Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, a Maurizio Caprara del Corriere della Sera. Eppure lo stesso ministro aveva rimproverato i militari italiani dopo la morte del caporale Matteo Miotto in Afghanistan, li aveva accusati di nascondergli le notizie affermando di voler “comunicare con la massima trasparenza, non come il mio predecessore”. “La Nato non distingue tra l’aereo francese, l’italiano, l’inglese. Ha a disposizione i mezzi delle varie nazioni che partecipano alle azioni, dunque non tocca a me dire che fa l’aereo italiano rispetto al francese o all’inglese. Lo dirà, se vorrà, soltanto la Nato” ha dichiarato il ministro mostrando o fingendo di non conoscere i criteri di informazione della NATO. I giornalisti inglesi, francesi e americani, alloggiati sulle portaerei, possono intervistare comandanti e piloti, i nostri reporter non possono fare altrettanto con i militari italiani.
Oggi la Missione ONU, nata con la scusa di proteggere i civili ("protect civilians" and let Libyans "decide their own future”), si è trasformata in una guerra che è già riuscita nell’intento di dividere la Libia in due nazioni diverse e distruggerne largamente le risorse. Le città, i porti, gli aeroporti, le strade, i terminali petroliferi, le case, le scuole, gli ospedali: tutto distrutto. Migliaia di innocenti vittime civili. Manca la luce e scarseggia l'acqua negli ospedali e nelle case.
Nessuno in questo periodo di “export della democrazia” ha chiesto agli abitanti di Tripoli che cosa ne pensano. Piuttosto che costruire iniziative politico-diplomatiche forti si è preferito fare la guerra raccontando la storiella che gli insorti erano alle porte di Tripoli e che Gheddafi era prossimo alla fuga: tutto quello che ho scritto nel post del 23 marzo scorso

http://paologls.blogspot.com/2011_03_01_archive.html

si è verificato. Andate a leggere invece gli articoli dei media italiani e internazionali di quell’epoca: scoprirete il livello macroscopico di bugie e inesattezze che il "nuovo ordine globale" è in grado di allestire.
Amnesty International, associazione che ha sempre denunciato la limitazione dei diritti civili e gli abusi del colonnello in Libia, ha indagato sulle presunte violenze commesse a danno delle donne libiche (“Gheddafi dà il Viagra ai suoi soldati”) concludendo che non c’è alcuna evidenza di stupri o violenze da parte dell’ esercito regolare libico: un’altra invenzione.
Così dopo l’Irak e la Somalia la mia “teoria delle macchie di leopardo” ha una nuova dimostrazione: la Libia.

http://paologls.blogspot.com/2010/02/le-terre-di-nessuno-la-teoria-delle.html

© RIPRODUZIONE RISERVATA Paolo Giunta La Spada
(continua)

17 giugno 2011

Mondo globale. Secondo atto.

Mostra il bel petto le sue nevi ignude,
onde il foco d'Amor si nutre e desta.
Parte appar de le mamme acerbe e crude,
parte altrui ne ricopre invida vesta:
invida, ma s'a gli occhi il varco chiude,
l'amoroso pensier già non arresta,
che non ben pago di bellezza esterna
negli occulti secreti anco s'interna.


Vancouver, 15 giugno 2011

13 giugno 2011

Italia mia...

Che il referendum abbia cancellato l’incerta possibilità che il nucleare prendesse piede in Italia è un bene. Anzitutto è un bene per il premier; diciamo come stanno le cose: il nucleare il premier l’aveva lanciato solo a chiacchiere. Com’è nel suo stile. C’era l’idea, un vago sentore del tempo necessario a produrre l’impresa, cioè vent’anni, cioè una vita. Non erano state individuate le città vicine alle centrali, i campi da espropriare, i siti dove “sistemare” le pericolosissime scorie radioattive, le strade e le ferrovie lungo le quali l’uranio sarebbe stato trasportato e consegnato, l’organizzazione e le mani militari e della sicurezza che avrebbero necessariamente presidiato ogni fase della presunta produzione di energia. Insomma il governo del premier il nucleare l’aveva “fatto” come molte altre cose: chiacchiere, bugie e slogan. Cioè ZERO.
In ogni caso le pochissime centrali, in questo nebuloso e pericoloso progetto, avrebbero avuto un impatto assai scarso sul fabbisogno energetico nazionale: pochi punti in percentuale.
Infine, se solo avesse diramato la lista delle città coinvolte con le centrali nucleari sarebbero partite le rivolte, i blocchi, le moratorie, i progetti rivisti a data da destinarsi… Si sa come succede: magari siamo d’accordo… ma mai vicino casa nostra...
E poi se i tempi sulla carta erano ventennali figurarsi nella realtà: sarebbe passato mezzo secolo. Basta farsi un giro sulla Salerno Reggio Calabria o dare un’occhiate alle splendide incompiute di tutta Italia per rendersi conto che, referendum a parte, il progetto nucleare si sarebbe arenato ben presto.
E poi chi avrebbe voluto un bel reattore nucleare con i suoi effluvi cancerogeni accanto o vicino casa propria? In 30 anni di insegnamento ho sempre sentito genitori che dicono “ dovete bocciarli senza pietà!!!”, ma i figli “da bocciare!!!” sono sempre quelli degli altri perché quando dico ”in effetti suo figlio…”, “ma come professore, non mi dica, l’aiuti la prego, per favore, ma che mi sta dicendo, suvvia…”.
Che fortuna il premier: si è tolto un bel problema, non sapeva proprio come procedere, il suo governo non è stato in grado neanche di sistemare i residui della centrale di Montalto, quella di 36 anni fa.
E poi reattori nucleari in una terra fortemente sismica e montuosa come l’Italia? Ma per piacere!
Che fortuna anche per noi italiani perché l’assenza del nucleare da oggi in poi deve trasformarsi in un orgoglio nuovo. Gli stranieri devono essere invitati a visitare l’Italia come una terra unica al mondo non solo per le sue straordinarie bellezze, ma anche perché non gli capiterà mai quello che potrebbe capitargli in un’altra nazione del mondo: prendersi un bel tumore mangiando vegetali radioattivi o bevendo liquidi inquinati, come in Germania dove la birra ha un tasso elevatissimo di radioattività, ammalarsi per l’aria venefica che respirano come in Giappone, in Svezia o in Francia, fare una foto e scoprire che in fondo al panorama c’è una orrida produzione di uranio attivo con i suoi fumi grigi.
L’occasione unica che ora ha l’Italia è quella di rilanciare la sua immagine di terra incontaminata e meravigliosa: unica al mondo!
E’ l’ora che si capisca che i cinesi possono copiare auto, calzature, macchine e frigoriferi, ma non potranno mai copiare lo Stivale, le meravigliose Alpi a Nord, il mare di Sicilia a Sud, le acque turchesi della Sardegna a ovest, il tacco pugliese con i suoi ulivi secolari e il mare verde smeraldo a est. Non potranno imitare gli Appennini con le nostre cittadine incastonate come perle di roccia su creste montane di inusitata bellezza, la distesa delle verdi colline che come campi da golf scivolano da Toscana, Umbria e Marche, tra un calanco e l’altro, verso la sagoma del Monte Conero e s’allungano poi verso più dolci distese fino alle fiorenti pianure del Nord.
Il paesaggio italiano deve tornare ad essere non solo il nostro legittimo e fondato orgoglio, ma anche l’occasione irripetibile del nostro rilancio economico.
La bellezza d’Italia è una risorsa economica inestimabile.
Dobbiamo proteggerla come il più prezioso dei santuari.
Come la verginità di un antico tempio sacro.
Venerarla non a chiacchiere, ma con i fatti.
Gli architetti devono smetterla di pensare ai soldi legati a basse prestazioni professionali, ma devono ritrovare il gusto e la passione italiana delle cose belle, equilibrate, di quella semplicità armoniosa che è spesso bellezza.
L'Italia che ha avuto in Biagio Rossetti il primo urbanista della storia mondiale nella Ferrara degli Estensi a fine '400, deve riprogrammare lo sviluppo dei suoi centri urbani, valorizzare gli spazi, ricostruire la cultura del bello nei centri e nelle periferie.
I contadini devono rendersi conto che non si costruisce abusivamente, non si piantano alberi errati per il nostro territorio, non si usano diserbanti che, portati a valle dalla pioggia, uccidono i filari di querce secolari e i boschi.
Gli amministratori devono pensare con orgoglio al bene pubblico e alla salvaguardia del paesaggio. Le antenne, i ripetitori, gli impianti industriali, i capannoni vanno fatti dove non disturbano il più prezioso dei beni: il nostro paesaggio, la bellezza d’Italia.
Gli industriali si prendano le loro responsabilità: sono 20 anni che fanno speculazioni finanziarie e si mettono d’accordo col premier monopolista.
Ora: che investano sul valore aggiunto da produrre in Italia, sul Made in Italy, su un paese che ha ancora voglia di riprendere la corsa, il Rinascimento, la riscossa.
Si recuperino i nostri marchi, le industrie chiave, i nostri tesori culturali e artistici, si investa sulla nostra cultura, si sviluppi la creatività d'impresa.
Si salvi il nostro patrimonio architettonico.
Si ritrovi il gusto italiano per il lavoro fatto bene, il mattone ben tagliato, il marmo, il legno e la pietra lavorati a regola d’arte, il vetro e il ferro forgiati come solo da noi.
L’Italia che ha più artigiani di tutta Europa, l’Italia che ha costruito pievi e castelli, cattedrali e torri, fortilizi e palazzi delle feste deve riscoprire la sua vocazione al bello e radicarla nuovamente al territorio, al piano regolatore intelligente, alla gestione accurata e prudente delle sue risorse naturali.
Che si rilanci l’energia idroelettrica: abbiamo una geografia fatta apposta.
Senza l’idroelettrico le rinnovabili non basteranno.
Che si facciano subito piani energetici nazionali e regionali che proteggano il territorio dagli scempi, dai condoni disonesti, dalle prescrizioni per scadenza dei termini.
C’è una nuova maggioranza in Italia: che il premier ritorni ad Arcore con le sue "escort" e lasci per sempre l’Italia agli italiani che ogni giorno lavorano con l'orgoglio di ricostruire il nostro Bel Paese.

© RIPRODUZIONE RISERVATA Paolo Giunta La Spada

9 giugno 2011

Il mondo globale.
Prima parte.

La popolazione del pianeta oggi è di sette miliardi di persone. Un miliardo è mille milioni. Provate a contare questo numero: settemila milioni di volte.
Ora moltiplicate questo numero per la quantità di cibo necessario ad ognuno: milioni e milioni di tonnellate di cibo ogni giorno.
Fate la stessa operazione con la quantità di rifiuti organici e di immondizia che scarichiamo ogni giorno, ogni mese, ogni anno sul nostro povero pianeta.
La popolazione cresce ogni giorno di 220.000 persone.
Cioè 6 milioni e seicentosessantamila persone al mese.
Cioè più di 79 milioni di persone l’anno.
Come se ogni anno ci fossero un’Italia e una Romania intere in più da sfamare, vestire, crescere, istruire, assistere e governare.
Nel 2050 saremo nove miliardi e mezzo di persone, due miliardi e mezzo più di adesso.
Nel 2050 ci saranno almeno tre miliardi (cioè “tremila milioni”) di persone che vivranno con meno di due dollari al giorno, cioè meno di un euro e 40 centesimi. Faranno la fame, non avranno denaro per l’istruzione dei propri figli, né medicine, né casa, cercheranno di emigrare tutti per non morire.
Tre miliardi…
Si calcola che per sfamare a livello di base un milione di persone siano necessari 40.000 ettari di terra. Il World Earth Institute riferisce che per produrre il cibo necessario ogni giorno ad ognuno di noi sono necessari duemila litri d’acqua. Ogni giorno a testa 2.000 litri.
La pioggia non basta, a volte non piove proprio, e ogni contadino sa quanta acqua impiega ogni stagione per il suo orto, per il frutteto, per il campo di grano.
Anche la terra non basta. E’ stata impoverita dal suo sfruttamento intensivo, speculativo, e dall’uso dissennato dei diserbanti, i veleni con cui i contadini irresponsabili si liberano sbrigativamente delle erbacce prima delle semine. Gli olii di semi, il riso e il grano prodotti in campi diserbati e avvelenati arrecheranno malattie alle popolazioni e alzeranno il costo della vita per il prezzo proibitivo delle medicine oltre ad aumentare i costi sociali della salute pubblica.
Diffondere e seguire i criteri di uno sviluppo ecosostenibile non è solo bello: è necessario per la sopravvivenza della nostra specie umana.
Nonostante i grandi raccolti di Russia, India e Ucraina, la produzione agricola mondiale rimane stabile e non cresce.
Inoltre, specie in Africa, molte terre sono state sottratte all’uso agricolo e sono state destinate alla produzione di biocarburanti per auto. Poiché la grande massa delle auto è nel mondo ricco è come se togliessimo il pane ai poveri per fare il pieno di carburante ai ricchi.
In pratica quando qualcuno va in macchina per andare a cena fuori in un bel ristorante nello stesso istante un centinaio di persone in Africa non ha niente da mettere in bocca per riempire la pancia…

Paolo Giunta La Spada

(continua)

7 giugno 2011

Unità d’Italia. Parte quarta.


Conosco il parroco di una cittadina delle Marche: è un amico, un uomo mite e buono, un sacerdote che crede nella sua missione. Mi racconta una storia. Ve la passo più o meno come lui me l’ha raccontata:
“ qualche tempo fa è venuto in parrocchia, mi dice, un gruppo di giovani marocchini, mussulmani, tutti figli di lavoratori “extracomunitari” della zona o lavoratori essi stessi. Mi chiedono di usare il campo di calcetto la sera. Spiego che non ci sono problemi, il campo è per tutta la comunità, basta che alla fine dell’uso le luci del campo siano spente. I giovani ringraziano e se ne vanno. Qualche giorno dopo tornano e giocano una partita, li sento parlare e strillare in italiano. Finito di giocare spengono le luci e passano a ringraziarmi, si scusano più volte per aver fatto confusione con le loro urla. Non finiscono di ringraziare.
Dico, non c’è di che, poi dopo che sono andati via controllo che le luci siano spente, dò un’occhiata agli spogliatoi: li hanno lasciati puliti e in ordine.
Nello stesso periodo arriva anche un gruppo di giovani italiani della zona: chiedono di usare il campo la sera. Non ci sono problemi, ci mancherebbe, siete benvenuti, il campo è a disposizione di tutti, basta che spegnete la luce dopo aver giocato.
Poco tempo dopo i giovani italiani tornano a giocare. Non ho ancora finito le funzioni religiose, ma si sentono le urla dal campo: turpiloquio, parolacce, una sfilza di orribili bestemmie. Finito in chiesa mi reco negli spogliatoi, i ragazzi si stanno preparando per andar via. Dico: siete i benvenuti, ma non è possibile che accanto al tempio di Dio si bestemmi il Signore, si bestemmi la Madonna. Ho sentito, anche i bambini e le persone in chiesa hanno sentito. Così non va bene. Penso che ora mi chiederanno scusa, ma non faccio in tempo a terminare il discorso che uno dice senza neanche guardarmi “Ah, se questo deve rompere il c… qui non ce venimo più”; un altro, sempre senza rispondermi: “io parlo come c… mi pare”; un paio continuano a bestemmiare ad alta voce, nessuno saluta, nessuno si scusa. Se ne vanno lasciando gli spogliatoi sporchi e in disordine.
I ragazzi marocchini invece sono già tornati un paio di volte. Prima di andarsene vengono sempre a ringraziare e a salutare. Poi se ne vanno a piedi o su vecchie utilitarie”.
Questa è l'Italia di oggi.

Paolo Giunta La Spada
12 e 13 giugno 2011

"Io sono un elettore che fa sempre il suo dovere» ha detto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a proposito dei referendum. Io la penso come lui.
Il 12 e 13 giugno si va a votare.
Sì.

23 marzo 2011

A Sud dell’Italia. Seconda parte.

La Libia.

http://paologls.blogspot.com/2011/02/sud-dellitalia-se-non-si-studia-lafrica.html


Da 5 giorni è in vigore la Risoluzione Numero 1973 dell’ONU sulla crisi libica. Per 4 giorni aerei di diversi Paesi europei hanno bombardato impianti e basi in Libia. Il mondo è stato lento ad occuparsi della crisi libica, ma la risoluzione 1973 è giunta all’improvviso e risulta scritta in modo confuso.
La Libia è uno stato sovrano presente nell’ONU e riconosciuto da tutti i Paesi del mondo. Negli ultimi 10 anni Gheddafi aveva ripristinato buone relazioni con tutto il mondo occidentale senza eccezioni, USA compresi, e instaurato un rapporto di vera e propria alleanza con l’Italia diretta dal premier Berlusconi. La critica che questo blog ha espresso su tale alleanza e sui conseguenti accordi, tutti a favore del regime di Gheddafi, è quasi un’eccezione nel panorama politico italiano.

http://paologls.blogspot.com/2010/10/storie-di-mari-e-migranti.html

Quando un anno fa Gheddafi venne in visita a Roma con le sue cortigiane, attendato a Villa Pamphili, e il premier italiano gli organizzò perfino un incontro con 85 escort pagate dai contribuenti italiani 100 Euro l’ora ci furono, tutto sommato, proteste contenute.
E anche quando gli “amici” libici, come li definì il governo nell’occasione, spararono contro i pescatori italiani su un battello regalato dall’Italia alla Libia pochi furono coloro che chiesero a gran voce l’azzeramento degli accordi Italia-Libia (oltre ai pescatori e a questo blog pochissimi politici; molti espressero perplessità che è un modo italiano per non dire niente).

E’ evidente che l’Italia rischia più di tutti i suoi partner europei.
I soldi buttati dal governo del premier e regalati a Gheddafi, le armi, le navi e gli aerei donati o venduti con mutui trentennali non ce li ridarà più indietro nessuno.
In un mese di crisi il governo non ha saputo costruire una sola iniziativa politico-diplomatica che evitasse la situazione attuale. I primi due giorni di crisi il premier e Frattini erano per il “non–intervento”. Quando hanno visto che gli “insorti” erano alle porte di Tripoli, senza premurarsi neanche di verificare le notizie, che erano per lo più false, hanno cambiato idea e hanno cominciato a parlare di “rispetto dei diritti umani”.
Poi c’è stato il premier francese che, incurante del politicamente corretto, si è napoleonicamente autonominato presidente in campo di tutte le forze militari contro Gheddafi.
Da allora, paurosi di essere scavalcati dagli altri e soprattutto dai francesi, immemori per ignoranza dello “schiaffo di Tunisi” del 1881, ma probabilmente sensibili a complessi di inferiorità riguardo a iniziative militari, i rappresentanti del governo, in particolare il Ministro La Russa, si sono distinti per dichiarazioni guerresche in cui sembrava che della task force in campo per applicare la No Fly Zone gli italiani dovessero essere i primi o quasi: “l’Italia non è seconda a nessuno” ha detto il Ministro il primo giorno della risoluzione ONU.
La sera seguente i primi bombardamenti, con i giornali che sparano in prima pagina “ci sono anche i Tornado italiani!” e le dichiarazioni di Gheddafi sul premier Berlusconi traditore, si fa una nuova marcia indietro e il governo dichiara: “i nostri aerei non sparano, vanno solo a cercar radar”. Nessuno dice cosa fanno se li trovano.
Inoltre, c’è un altro mezzo ripensamento: si dice che è meglio un comando unificato NATO e si minaccia di chiudere le basi. Le basi italiane della Nato sono ad Aviano in Friuli, Camp Ederle a Vicenza, Ghedi in Lombardia, Camp Derby a Livorno in Toscana, Gaeta nel Lazio, Napoli, Gioia del Colle in Puglia, Sigonella in Sicilia. Il Centro Ricerche è a La Spezia, la Scuola Comunicazioni è a Latina e i Comandi sono a Roma, La Spezia, Latina e Napoli.
Non credo che sia pensabile un comando NATO unificato nel Mediterraneo senza la Turchia, contraria all’intervento.
Quindi la speranza italiana che “alla guerra si vada insieme” è un’infantile illusione. Ognuno farà da solo in linea con i propri interessi nazionali e alla faccia dell’Europa unita e del diritto di tutti nel mondo di far valere la propria opinione.
Il governo, invece di aspettare le decisioni degli altri, dovrebbe sviluppare iniziative diplomatiche originali e “forti” e cercare le vie della trattativa con l’aiuto dei paesi arabi, africani e occidentali che non vogliono vedere la Libia ridotta come l’Irak o la Somalia.
La nullità politica internazionale del premier italiano, lesto ad organizzare festicciole con le escort, ma incapace di articolare una politica estera che vada al di là dei suoi interessi personali, è evidente.
Dovrebbe dimettersi non per il caso Ruby, o per lo meno non solo per quel caso che infanga l’immagine dell’Italia in tutto il mondo, ma perché si dimostra incapace di gestire le relazioni dell’Italia con il resto del mondo.
In ogni caso tutto si può accettare meno che un silenzio di un mese e una serie di tentennamenti che neanche un Savoia…
Non è un caso che l’inviata di Obama, Nancy Pelosi, sia andata a parlare della crisi libica col Presidente Napolitano e non con il premier.
Se l’Italia ha fatto male, l’ONU ha fatto malissimo, e Francia e Regno Unito hanno fatto peggio.
La risoluzione è passata a stento: 10 voti a favore e 5 defezioni importanti: Cina, Russia, Germania, Brasile e India.
I rappresentanti tedeschi hanno detto che l’azione militare può andare fuori controllo e condurre ad un "large scale loss of life", una perdita di vite su larga scala.
L’India ha affermato che non ci sono sufficienti informazioni sul campo per intervenire in modo appropriato e corretto.
La Russia ha escluso il suo intervento.
La Cina è molto critica e irritata.
La maggior parte dei Paesi africani e arabi è contraria e sospetta che la No fly-zone sia una scusa per un’ingerenza indebita negli affari della Libia. Il segretario della Lega Araba è a favore. L’Unione Africana è contraria.
La Risoluzione non parla solo di No Fly Zone, ma di adottare tutte le misure necessarie per proteggere i civili in Libia: “all measures necessary to protect civilians in Libya”.
E se sono gli insorti a bombardare e uccidere i civili? E i bombardamenti francesi e inglesi tutelano i civili?
Come è successo in Irak e in Afghanistan?
La rimozione del potere di Gheddafi non è negli obiettivi della Missione anche se si fa strada l’idea che se Gheddafi vince l’instabilità nel Mediterraneo sia destinata a crescere.
La Risoluzione è stata opera dei francesi e degli inglesi.
Su questa crisi vengono dette molte bugie. In un primo tempo si raccontava che gli insorti stavano avendo ragione del regime di Gheddafi. Difficile pensare che gente inerme, a mani nude, riesca a sconfiggere un regime solido in due soli giorni.
Chi li arma? Chi c’è dietro di loro? Le tribù beduine non hanno denaro e competenze per gestire un conflitto di tali dimensioni.
Il rappresentante inglese all’ONU Mark Lyall Grant ha detto che la Risoluzione è passata per porre fine alle violenze, "protect civilians" and let Libyans "decide their own future".
Avevamo sentito queste belle parole dette da rappresentanti inglesi anche a proposito dell’Irak. Allora l’esecutivo era retto dal laburista Blair che sostenne Bush nelle bugie usate per attaccare l’Irak e distruggerlo, oggi c'è il conservatore Cameron.
Cambiano i leader inglesi, ma gli inglesi non cambiano mai.
Si sa poi come è andata a finire in Irak: una catastrofe che continua ancora oggi tutti i giorni.
Si dice che reparti britannici in incognita già affiancherebbero “gli insorti” nelle operazioni militari sul territorio, cosa che la Risoluzione ONU proibisce, e si ipotizza che siano già attivi anche i militari francesi: un preludio di guerra su larga scala?
Mettiamola così: immaginiamo che un Paese sovrano in buone relazioni col mondo intero subisca in casa propria un tentativo di colpo di stato. Che si fa? Si aspetta che l’ordine sia ripristinato, vero?
Nel caso della Libia di Gheddafi questo non è successo, è accaduto il contrario. Si dice: è un dittatore spietato, ha ucciso e affamato i libici. E’ vero, ma dovevate dirlo prima: quando dicevate il contrario.
La realtà è che con Gheddafi, quello che ha cacciato gli italiani nel 1970 rubando impunemente tutti i loro beni, si fanno ottimi affari. Non solo gli italiani con il petrolio e la vendita di armi: anche i francesi prendono petrolio e vendevano Mirage fino all’altro giorno, gli inglesi, i tedeschi, tutti.
Oggi la guerra si fa per le stesse ragioni per cui si faceva la pace: per il petrolio. Infatti l’ONU non è stato convocato da Parigi e da Londra per nazioni dove sono in corso devastanti guerre civili.
Un esempio? La Costa d’Avorio, dove muoiono ogni giorno centinaia di persone inermi e nessuno se ne interessa.
Insomma le nazioni occidentali, in particolare Regno Unito, Francia e USA, con la falsa scusa della “democrazia” pensano solo a curare i loro interessi economici, commerciali e politici.
Come nel 1991 quando in Algeria si svolsero regolari elezioni politiche, ma vinse il FIS, il Fronte Islamico di Salvezza che avrebbe instaurato la Sharia e iniziato una politica antioccidentale e antifrancese. Così il risultato delle elezioni non fu rispettato, e con il beneplacito dello spionaggio francese e americano ci fu un colpo di stato: l’Algeria si schierò con l’Occidente e a nessuno venne voglia di parlarne anche se per anni ci fu una orribile guerra civile. Come dire: “ ci vanno bene le elezioni, ma solo se vincono i nostri candidati”...
Si dice che la guerra finirà in pochi giorni, ma io dubito che sia come vorrebbero far credere.
La Libia può comprare armi dal Ciad di Idriss Deby, grande sostenitore di Gheddafi. Si sa che l’ambasciatore libico a N’Djamena è accusato dalle Nazioni Unite di aver reclutato mercenari per sostenere l’esercito libico. Altri aiuti giungeranno da Sud da paesi amici del regime di Tripoli: Mali e Niger; o da ovest: dall’Algeria, seppure clandestinamente. Vogliamo estendere la No-fly zone a tutta l’Africa del Nord? E poi?
Intanto si intensifica il senso di divisione che i libici avvertono in questi giorni: da una parte l’est aiutato e già influenzato dagli stranieri, dall’altra l’ovest, in particolare i due milioni di abitanti di Tripoli che non hanno protestato contro Gheddafi, che inizia a sentirsi accerchiato dalla propaganda del colonnello e dall’intervento militare straniero che appare ai loro occhi come un'operazione di stampo coloniale.
Quando la Libia sarà divisa e smembrata in più regioni ci ricorderemo degli errori di questi giorni. Anche il popolo libico se ne ricorderà.

Paolo Giunta La Spada

22 marzo 2011

Il Popolo Ponte


Unità d’Italia. Terza parte.

Il Popolo Ponte.

Una geografia unica.

Per capire quanto sia fondata l’idea dell’Italia nazione, ma anche per comprendere la sua specifica peculiarità e le differenze interne al suo territorio, partiamo dalla considerazione della sua geografia. E’ raro trovare nel pianeta un Paese così facilmente individuabile, così piccolo ma identificabile immediatamente nel mappamondo o nel planisfero dell’atlante di geografia. Lo “Stivale” è perfettamente distinguibile. E’ isolato dal resto dell’Europa da una catena montuosa straordinaria e imponente: le Alpi. Una cornice di montagne aguzze che per millenni furono difficilmente attraversabili e delimitarono fortemente gli spazi comunicativi della penisola. Quando si prende un aereo e si va a Zurigo si capisce l’Italia meglio che guardando un atlante. La divisione è netta: la spettacolare desolazione dei monti coperti da ghiacciai innevati ci parla di un altro mondo. Il ritorno in Italia è caratterizzato dai declivi delle sue montagne che scendono gradualmente alle verdi colline e alle dolci pianure: il confine è netto e non è solo un confine politico, ma fisico, aereo, biologico.

Il mare.

L’altro grande confine naturale d’Italia è costituito dal mare, un confine altrettanto imponente nella sua vastità. Nelle epoche più remote, quando i sistemi di navigazione erano all’inizio, costituiva un confine difficilmente attraversabile. Con lo sviluppo delle antiche civiltà del Vicino Oriente, del Nord Africa, e soprattutto col fiorire della Grecia classica, il mare divenne lo spazio ideale di vita delle popolazioni italiche sempre in contatto con altre culture. Le più alte forme di civiltà nascono sulle coste italiche con la sicura influenza della civiltà ellenica e mediterranea. Il “confine” del mare fu, nel corso della storia antica, molto più attraversato di quello alpino. La civiltà greca ebbe su Roma un’influenza straordinaria e fortemente pervasiva e il Mediterraneo antico ebbe per millenni una cultura dai tratti comuni assai più evoluta rispetto a quella dei popoli nord-europei dediti alla pastorizia e al nomadismo. Per secoli furono “incivili” nel senso letterale: non conoscevano la civitas e quando invasero Roma nel quinto secolo d. C. invece di usare le sue splendide case, le ville dotate di acqua corrente e le meravigliose terme, la distrussero. I Romani, che avevano fondato e costruito tutte le città italiane, quasi tutte le città europee e perfino molte delle città nordafricane e medio-orientali, li chiamavano barbari.
La bio-geografia e la storia antica della penisola italiana rendono evidenti alcuni aspetti importanti per capire l’identità degli italiani.

Divisi all’interno.

La montuosità della penisola ha diviso le popolazioni non solo sulle Alpi, ma ancora di più lungo la catena montuosa degli Appennini. Nell’epoca pre-romana e romana, per esempio, era più facile per un abitante del Lazio comunicare via mare con la costa della Sardegna, della Sicilia, o dell’Africa del Nord, che recarsi via terra sulla costa adriatica. La costruzione delle strade consolari, in particolare la Salaria e la Flaminia, con il loro percorso tortuoso, impervio e pericoloso per la possibilità di agguati e imboscate, cambiò di poco la condizione di popoli che erano divisi da alti monti e ripide valli, stretti valichi e lunghe creste di roccia. La divisione culturale degli italiani è il prodotto, oltre che delle esperienze vissute, di una geografia divisiva: genti che vivono in regioni diverse nel paesaggio e nel clima, nel suolo e nella vegetazione, che parlano lingue diverse, con tradizioni e interessi talora distanti, con mezzi di comunicazione e di trasporto difficili. La divisione però è varietà, la varietà è ricchezza.

Divisi dagli altri e uniti dall’”Isola” Italia.

Se si guarda la penisola su un atlante o dall’alto di un aereo si vede che l’Italia è isolata anche dal resto del mondo molto più di altre nazioni. I nostri confini non sono solo politici e non sono stati segnati solo sulle carte geografiche. Sono il prodotto di una storia millenaria celata in due barriere naturali imponenti e nette: le Alpi a Nord, il mare altrove. L’Italia è stata sempre la terra al di là delle Alpi per gli europei provenienti dal Nord e la terra al di là del mare per chi veniva da Sud. Comunque una terra lontana e diversa, nello spazio fisico e mentale. La nostra geografia è divisiva all’interno, ma unificante per la netta separazione che impone rispetto a tutti gli altri. Questa è l’unicità italiana. Tutti diversi: toscani, romagnoli, emiliani, siciliani, palermitani, catanesi, napoletani, romani, laziali, friulani, veneti, piemontesi, lombardi, bergamaschi, milanesi, torinesi, lucani, calabresi, pugliesi, baresi, salentini, liguri, umbri, marchigiani, molisani, abruzzesi, sardi, ecc. eppure tutti affratellati dalla comune differenza rispetto agli altri.

Il Popolo Ponte al centro del mondo.

La penisola assomiglia oltre che a uno “stivale” a una sorta di ponte tra Europa e Africa. Lo sanno bene gli emigrati che sbarcano sulle coste della Sicilia, della Puglia e della Calabria. Lo sa bene il ministro Maroni.
Piazzata al centro del Mediterraneo tra Europa, Africa e Asia l’Italia è un “centro” del mondo.
Non si può pensare che l’Italia sia più unita all’Europa di quanto non sia unita all’Africa. Il confine marino, pur costituito di una diversa sostanza fisica, è paragonabile come bordo di separazione a quello alpino. Oggi attraversare il Brennero in autostrada è facile come prendere un aliscafo e recarsi a Tunisi. I ponti ci sono per essere percorsi e l’Italia è stata in contatto, grazie alla sua natura biogeografica, con i più svariati popoli. L’italianità è anche il frutto di questa unicità di esperienze storiche. L’Italia è Greci ed Etruschi, Romani e “barbari”, Europa Africa e Oriente, Nord e Sud, Est e Ovest, Marco Polo e Cina, Svevi e Normanni, Francesi, Arabi e Aragonesi, Castigliani, Austriaci, Tedeschi e Americani, fino agli emigrati italiani sparsi nel mondo e agli immigrati stranieri.
Un “popolo ponte” è un artefice di comunicazione tra società diverse. E’ il più formidabile mediatore culturale. E’ un popolo che “sta in mezzo” a culture diverse e spesso opposte. Di tali culture elabora analisi e ipotesi interpretative e sviluppa sintesi utili alla sua vita e alla vita degli altri. Questo è splendido e fa capire perché l’Italia ha fondato per prima al mondo le università e le banche, perché chi ha scoperto le Americhe era italiano, perché l’Umanesimo è nato in Italia, perché il culto del bello e dell’utile sono nel nostro DNA da secoli e perché nella terra di Leonardo si nutrono intelligenza, buon senso, creatività, flessibilità e diplomazia.
I nostri peggiori difetti sono figli delle nostre migliori qualità: l’intelligenza confina con la furbizia, il buon senso diventa indisciplina, la flessibilità può trasformarsi in assenza di regole, la capacità diplomatica e relazionale condotta all’esasperazione diventa ambiguità e incertezza di vedute.
Come ogni “società ponte” l’Italia trae beneficio dal dialogo con gli altri e perfino da un certo livello di conflittualità: la vivacità culturale e l’apertura mentale sono sempre il viatico della libertà civile e della autentica democrazia.


Sottoposti a influssi continui e a costanti moti centripeti in casa e fuori rischiamo però di essere sempre in lotta con gli altri e con noi stessi come ai tempi di Pisa, Amalfi, Genova e Venezia. O come ai tempi di Dante, dei Gonzaga, di Cola di Rienzo, dei Visconti e degli Sforza, di Pisa e Firenze, dei Medici, dei Borgia, un principe contro l’altro, una torre contro l’altra, un campanile contro l’altro. Pronti a sostenere l’arrivo di eserciti stranieri pur di sconfiggere il nemico italiano.
Altre importanti nazioni europee come la Francia, la Spagna e il Regno Unito hanno conosciuto un processo di unificazione e centralizzazione statale già 4 o 5 secoli fa. Per l’Italia è stato diverso. L’Italia è sempre stata divisa, spezzettata, invasa da altre culture che l’hanno variamente influenzata e condizionata sia in senso positivo, sia in negativo. Anche la storia del popolo italiano è stata storia di città e tradizioni diverse che si sono unite o combattute a seconda delle epoche e delle contingenze. Oggi, impaurita dalla nuova ondata migratoria, l’Italia sta perdendo il carattere ecumenico e la vocazione alla mediazione culturale: si sta trasformando in una società chiusa, ostile, provinciale e paesana.

L’Italia non è solo biogeografia e guerre che hanno attraversato incessantemente il suo straziato corpo. L’idea di Italia ha origine in una cultura straordinaria che ha le sue basi nella classicità del mondo antico, nella cultura del Dolce Stil Novo, nell’evoluzione economica e sociale dei Comuni e nel potente fervore della rivoluzione umanistica e rinascimentale. Il Risorgimento non ha fatto altro che modernizzare un’idea di nazione che era già presente nonostante le divisioni e l’occupazione straniera. I giovani italiani del Risorgimento, incarcerati torturati e uccisi dagli austriaci che occupavano il suolo patrio, lottavano per il futuro. Il loro furore romantico avverso alla Restaurazione era il nostro futuro. Non dobbiamo mai smettere di ringraziarli.
“Quando un popolo è politicamente malato di solito ringiovanisce se stesso e ritrova alla fine lo spirito che aveva lentamente perduto per riscoprire e conservare la sua potenza. La civiltà deve le sue più alte conquiste proprio alle epoche di debolezza politica” scriveva Nietzsche nel 1878 in “Umano troppo umano”.
Foscolo, Leopardi, Confalonieri, Maroncelli, Mazzini, Garibaldi, De Sanctis, Nievo, D’Azeglio, Cattaneo, Pisacane, Verdi avevano l’angoscia che l’Italia fosse “ sì bella e perduta” come recita il Nabucco verdiano.
Il loro sgomento è oggi vivo e attuale in tutti noi.
Serve il nostro nuovo Risorgimento.
“Gli italiani aspettano sempre una storia del loro Risorgimento: una storia di ampio respiro; penetrata e animata di realtà; illuminata dal “senno del poi”, vale a dire dalla comprensione di quel che è l’Italia, nata da quello sforzo; una storia che non sia né elogio, né requisitoria, non ricerca di eroi da incorniciare per la patria galleria o di idoli da adorare come incarnazioni di verità assolute; una storia infine che, pur circoscrivendo, nella vita d’Europa e del mondo, l’Italia e, nell’Italia, una certa determinata epoca detta il Risorgimento, ci presenti poi quell’Italia parte di un tutto e piena dello spirito del mondo e nel Risorgimento ci faccia sentire, viva, presente ed operosa, la storia di vari secoli di vita italiana, quanti sono necessari per dar ragione di quel che il Risorgimento è stato e di quel che non è stato” scriveva Gioacchino Volpe nel 1922. Proprio quell’anno un re celebre per la sua viltà consegnava l’Italia alla dittatura.

Dopo la Liberazione dal fascismo, molti italiani erano restii a parlare di Patria e riluttanti a riprendere quel tricolore che s’era troppo confuso con le messe in scena del passato regime. Del resto le due grandi forze che dominavano la politica italiana dopo la seconda guerra mondiale erano entrambe “antiitaliane”. I comunisti che avevano dato il più grande e incisivo contributo alla lotta di liberazione, erano filosovietici, e prima di obbedire alla Patria ascoltavano l’opinione di Stalin. Fu così fino alla morte di Stalin nel 1953; continuò con Chruscev e Breznev e il Partito Comunista Italiano cambiò in parte tale impostazione solo grazie al segretario politico Enrico Berlinguer, e solo a partire dai fatti di Praga del 1968. I cattolici italiani erano sempre stati fedeli a un papato che aveva scomunicato e osteggiato l’Italia fin dalla sua nascita, aveva finanziato e armato il brigantaggio anti-italiano dopo l'unità, aveva denunciato al mondo la “violenza” del 20 settembre 1870 a Porta Pia con la presa di Roma da parte dei bersaglieri.
I cattolici si fidavano poco dei comunisti e dei liberali anche nel 1946, seguivano i suggerimenti politici del Vaticano, ascoltavano il Papa, preferivano l’autorità spirituale al diritto civile e alle esigenze sociali della nascente repubblica.
Inoltre gli italiani avevano subito il fascismo per 20 anni: quando si liberarono dalla dittatura scattò un diffuso antinazionalismo che era errato, ma in gran parte costituiva una comprensibile reazione al fanatismo fascista del ventennio, alle bugie, agli inganni e agli orrori perpetrati con la scusa dell’amore per la Patria. Si passò dalla “salvaguardia della razza” a un mal celato complesso di inferiorità nei confronti di altre nazioni.
Per 50 anni le Sinistre hanno avuto la colpa di sventolare la bandiera rossa piuttosto che il tricolore regalando il tema dell’amor di Patria alle manipolazioni nostalgiche della Destra.
Negli anni ’80 la Lega Nord ha iniziato a cavalcare il tema dell’antiitalianità con i ceti medi e la classe operaia del Nord devastati dalla crisi economica e dall’invadenza del fenomeno migratorio.
Tanti, di Destra e di Sinistra, del Sud e del Nord, contro l’Italia, quindi.
Ma l’Italia non è né di destra, né di sinistra: l'Italia è l'Italia.
Ipotesi: vista la scellerata politica del premier, interessato solo alle escort di Via Olgettina e alle sue aziende, viste le posizioni leghiste e le spinte divisive che vengono dall'interno stesso dell’attuale governo, considerate le carenze dell’attuale classe dirigente che non è capace di dirigere, è probabile che l’Italia si separi in 5 o 6 o 7 micro-nazioni come era fino a 150 anni fa.
Magari con una crisi di tipo yugoslavo: la guerra, gli attentati, l’economia distrutta, i titoli di stato delle micro-regioni che nessuno all’estero vorrà mai comprare.
C’è da mettere in guardia da un triste epilogo del genere.
C’è da salvare l’unità, la pace, la prosperità che abbiamo raggiunto in 150 anni.
Ma l’Italia non morirà mai.

Perché l’Italia è quella differenza senza la quale la civiltà del mondo non sarebbe ciò che è.

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PAOLO GIUNTA LA SPADA

(continua)